Il "genio" e la normalità
Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce (Lao Tzu).
Con queste premesse bisognerebbe essere lieti di non aver sentito ancora una parola dalle labbra di Andreazzoli, mentre la scena è ancora tutta per lui, per il Maestro.
Eppure, sinceramente, fossi un giornalista, mi sentirei assai più intrigato da questo distinto signore dall’aspetto un po’ rude, dalla faccia da metalmeccanico, anzi, viste le origini, da cavatore di marmo, che dalle dichiarazioni di commiato del Boemo.
Al quale, peraltro, non solo i tifosi, ma soprattutto i media e i romanisti di riflesso hanno dedicato veri e propri coccodrilli che ne esaltano le virtù e le sorti magnifiche, scomodando persino Majakovskij, quando, tra i futuristi, il Boemo andrebbe forse accostato a Balla.
Si dà assolutamente per scontato che con Andreazzoli la Roma piombi nella mediocrità, abbandonando il percorso sognante tracciato dal Boemo.
Il fatto che i sogni romanisti degli ultimi tempi fossero gli stessi di una notte passata a digerire una peperonata poco importa: il Mito non sarebbe tale se dovesse giustificarsi degli effetti collaterali, tipo perdere.
Se persino KC 1927 ha dovuto creare ad hoc un’Aureliade dal sapore virgiliano e su Wikipedia la voce relativa al nuovo tecnico è stata messa su in fretta e furia solo qualche giorno fa strappandola a un paio di comunicati ufficiali e a vecchi ritagli di cronaca locale, ottenere adesso un’intervista esclusiva da Aurelio sarebbe un vero «sgoob», ma bisognerebbe fare i giornalisti e la cosa, ovviamente, costa fatica.
Molto meglio lambiccarsi sul fatto che Osvaldo non è più nervoso o sull’abolizione delle doppie sedute d’allenamento, perché per l’insinuazione basta una tastiera neppure troppo fantasiosa e tutto il resto del tempo si può utilmente dedicare a una sfida di Ruzzle.
Qualcuno un giorno scriverà dotti saggi su questa deriva dell’informazione con la maiuscola, sfrattata dal monopolio della carta stampata o dalle sterminate redazioni radio-televisive con veline di contorno in stile Agenzia Stefani, e costretta ad inseguire la rete e i suoi messaggi virali, le sue balle colossali, ma inattaccabili come la vox populi.
Se, ad esempio, il gruppo di galantuomini che mise su la bufala del triplice fraterno abbraccio non avesse calcato i percorsi consueti, ma avesse affidato al web le sue rivelazioni state pur certi che adesso sarebbero verità assolute.
Per trovare squarci di sincerità bisogna andarseli a cercare tra le pieghe di interviste di contorno, come quella a Bonaiuti, che ci ha raccontato che «il calcio è fatto molti di “carri”. Alcuni allenatori di minor qualità sono arrivati magari a livelli più alti».
Una roba che da sola varrebbe un pezzo di quelli tosti, che quantomeno fa venire la curiosità di sapere chi sono questi mediocri raccomandati, ma tutto scorre nel nulla: dovessimo scoprire che qualche profeta del calcio sta lì solo per qualche amicizia importante…
Dopo mesi di banalità, di dichiarazioni riciclate, di schemi strausati, ma sempre nuovi perché toccati dalla grazia del Maestro, mi trovo finalmente ad aspettare la prossima partita della Roma con il languore di chi si avvicina ad uno chef esordiente e inaspettato.
In fondo quello che chiedo ad Andreazzoli è una sorprendente normalità.
Il genio incompreso è così noioso.




