Sapessi com’e' strano tifare Roma a Milano

(Curva Sud, 10 Dicembre 2008)
Alberto D'Aguanno - Giornalista (12 Giugno 1964 - 9 Dicembre 2006)
Sapessi com’è strano tifare Roma a Milano
di Alberto D’Aguanno
Sempre la stessa faccia stralunata, ad accompagnare la solita domanda: «Come romanista? Ma sei nato a Roma?». Questa l’eterna condanna di chi tifa giallorosso in terra padana. Come nel tormentone reso celebre da Massimo Troisi («Ah, napoletano... Emigrante?»). Perché se a nessuno verrebbe in mente di chiedere - che so - ad un emiliano, se è un emigrante, il tifoso juventino a Milano non deve dare nessuna
informazione supplementare. A lui non chiederanno mai «ma sei di Torino?» per spiegare i motivi della sua fede calcistica.
Sta cosa non mi è mai andata giù.
E così accentuando - per quanto possibile - la cadenza brianzola facevo scattare il contropiede. Esibivo io
l’espressione stupita e mentivo spudorato: «Nato a Roma? No, perché?». Ma la verità è una sola. Il Romanista a Milano è come un pinguino all’equatore. Come minimo si sente in minoranza. Per uno che ha sempretifato per gli indiani, comunque, una sensazione esaltante. Solo contro tutti, sotto il fuoco incrociato di milanisti, interisti e juventini, a beccarsi prese in giro solenni, ad accumulare settimi e ottavi posti.
Quando andava bene.
Il ricordo più indelebile del mio primo anno di ginnasio è infatti l’umiliante pratica, svolta con solerzia durante le ore di filosofia, della "tabella salvezza", con i pronostici dei risultati di Roma, Atalanta, Vicenza, Verona, Ascoli e Avellino, dirette rivali nella lotta per non retrocedere. Tutto questo mentre contemporaneamente il mio amico Alberto Pessina si cimentava nella "tabella scudetto" con la sua Inter (a quei tempi, cari lettori
più giovani, i nerazzurri vincevano addirittura il campionato!).
Era la Roma della maglia tutta arancione con pantaloncini rossi, del primo lupo stilizzato che - mi ricordo - fece infuriare giustamente i puristi con l’inattaccabile motivazione «me pare un sorcio». La Roma di Chinellato, Ugolotti e De Nadai, quest’ultimo ammirato di persona l’anno prima con la maglia del Monza sui gradoni scalcinati del vecchio "Sada".
Poi le prime volte al Meazza.
Nemmeno l’effetto “amarcord” riesce ad addolcire la realtà: quelle domeniche pomeriggio erano sofferenza allo stato puro. Ricordo ancora con raccapriccio un Milan-Roma fine anni ’70, con la "maggica" a indossare la leggendaria "pouchain" che a me piaceva un casino ma che mi valse un’ ulteriore razione di pernacchie da parte dei miei amici a strisce verticali. Sempre per i più sbarbati, la "pouchain" era una divisa futurista con
gradazione rosso-arancio-gialla nella parte alta. Finì 0 a 0 con ottanta fuorigioco della Roma (per esagerare con la tortura eravamo gli unici a fare la zona pura) e tre o quattro gol annullati al Milan e relativi insulti dei milanisti del secondo anello rosso.
E gli anni non cancellano purtroppo nemmeno il ricordo della fila che si era creata davanti alla porta della mia classe dopo Carl Zeiss Jena-Roma 4 a 0, con i dopatissimi tedeschi dell’est a ribaltare il 3 a 0 dell’andata.
Ma bastava tener duro.
Il liceo si chiuse trionfalmente in un crescendo di soddisfazioni. La conquista - ai rigori sul Toro - della Coppa Italia e, ovviamente, lo scudetto proprio nell’anno della maturità con un colpo di genio in occasione di Fiorentina-Roma, giornata passata alla storia per il 3 a 2 rimediato in 4 minuti dalla Juve nel derby. Quella domenica ero in curva Ferrovia perché - dopo attento studio del calendario - avevo convinto mezza classe a scegliere Firenze per la gita scolastica anziché Venezia…
Altro che tabelle salvezza.
Il giorno dopo lo scudetto potevo esibire al collo la sciarpa giallorossa, due chilometri a piedi casa-scuola con apprezzamenti irriferibili da parte degli juventini. E qualche isolato applauso dei milanisti - a quei tempi gemellati - al momento dell’esposizione della sciarpa alla finestra della classe. Non altrettanto comprensiva invece la preside che fece irruzione in classe per farmela togliere (juventina anche lei?).
Avevo giurato solennemente sul pancione di mia moglie incinta, dopo Roma-Atletico Madrid con l’orrido Van Der Ende, che avrei risparmiato a mio figlio le sofferenze del tifoso giallorosso in terra nemica. Promessa non mantenuta e così Fabio Junior non capisce perché tutti fanno quella faccia quando gli chiedono: «Ma perché sei romanista?».
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